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PRESS NEWS

Il “Lupo” stupisce ancora: i Riondino tra ironia e canzone d'autore

30 Aprile 2018

(da http://scrivereper.over-blog.com)

Al Teatro del Giglio a Lucca il sipario si apre con la musica, e lo schieramento di musicisti sul palco è già un inizio di grande impatto. Le luci sono semplici ma precise, sobrie e misurate. Un leggio di legno e metallo, ben piantato sul proscenio e rivolto verso la platea, ci mostra il copione dello spettacolo, in un tentativo metatestuale ben riuscito. E' lo stesso Riondino a voltarne le pagine ad ogni uscita di scena. Riondino che interpreta
egregiamente se stesso, senza prevaricare però il testo di Luporini, che è l'indiscutibile  re di questo spettacolo. Sono i pensieri di un uomo che si interroga, che dialoga con le proprie debolezze, che resta affascinato dalla semplicità e dalla leggerezza, ma che non può fare a meno di cadere alla fine di ogni ragionamento in una lugubre conclusione. Non è un rimuginare sui ricordi, è piuttosto un mettere in moto le proprie macerate conoscenze sull'umano per farne materia viva su cui ipotizzare un futuro scricchiolante. Ciò che rende il tutto equilibrato e magnetico è la resa sapientemente miscelata tra profondità del pensiero e risate, ironia pungente e parodia dell'uomo. I tredici monologhi sotto forma di letture sceniche, arricchiti di battute, improvvisazioni e stornelli in stile Riondino, sono alternati a tredici canzoni, con i testi di Luporini e le musiche scritte a più mani (Simone Baldini Tosi, Marco Canepa, Fabrizio Coveri, Giulio D'Agnello, Pier David Fanti, Fabrizio Federighi, Meme Lucarelli, Chiara Riondino, David Riondino, Matteo Scheda), ma si percepisce la fluidità del racconto, che cambia forme di espressione, ma non si interrompe mai. Grazie alla musica, poi, si creano atmosfere diverse, all'interno dello stesso discorso-concetto, dal clima danzante e goliardico da osteria, a quello raccolto e spirituale di una liturgia ecclesiastica, da quello popolare e schietto della canzone melodica a quello lugubre e urtante di un pezzo riflessivo sul fine-vita. Molto incide sull’intensità scenica l’interpretazione dei cantanti, con le loro vocalità profonde, e una Chiara Riondino che colpisce con la sua voce piena e diretta il senso di ogni canzone, inchiodando il pubblicoad un ascolto assorto e totale: quando lei canta, nessuno può distrarsi. La differenza traun semplice interprete e un cantante è questa: l’interprete ti intrattiene, il cantante ticonvince. E Chiara Riondino non fa eccezione.
Non ci sono orpelli, il teatro è nudo, ciò che emerge con forza è il coinvolgimento dei presenti in un continuum musical-letterario, dove il racconto di un uomo che fa i conti con la sua esistenza, diventa il punto di partenza per uno strepitoso café chantant.

La migliore espressione dell'arte italiana si trova qui, nel connubio di professionalità e innovazione che rende grandi le nostre tradizioni creative. E lo stallo a cui allude Luporini, dalla scacchiera alla vita vera, è tutto qui: nell'impossibilità di fare un passo senza che questo comporti semplicemente la fine.

Lettera aperta al Signor G scritta dal vecchio amico pittore.

Sandro Luporini, pittore e paroliere viareggino, scrive una lettera al suo amico Giorgio Gaber per presentare “Lo Stallo”, opera teatrale nata in suo onore.

Caro Signor G, sono 15 anni che non sei più con noi ma come sai non c’è assenza più presente di chi ti manca. E siccome stavolta tu mancavi un po’ più di sempre, sta’ a sentire cosa si è inventato il tuo amico Sandro Luporini. Lui che ti ha capito, respirato, ispirato, lui che ti ha scritto canzoni e testi per quello spazio magico fra la musica e il teatro che tu sapevi trasformare in vita. Ecco. Lui, il tuo amico Sandro, pittore e paroliere viareggino, ha ideato in tuo nome e in tuo onore Lo stallo, un’opera inedita di teatro-canzone che sa tanto di te e che sarà interpretata da David Riondino e da sua sorella Chiara, con i musicisti della band Korakhanè. Chi ha voluto bene a te e al tuo modo di interpretare il vivere, il quasi-vivere e il non-vivere quotidiano, ti potrà ritrovare nella prosa e nelle canzoni di questo nuovo spettacolo che sarà in scena per la prima volta il giorno 5 di luglio al Teatro dell’Olivo di Camaiore, uno dei tanti appuntamenti di questa quindicesima estate da passare senza te ma assieme a te, con il Festival Giorgio Gaber, ormai parte del paesaggio di quel tratto di costa toscana.

CARO SIGNOR G, leggessi i testi di quest’opera... Ne saresti fiero. A scorrerli sembra di vederti recitare, cantare, muoverti in quel modo un po’ dinoccolato sul palco. Il rapporto fra un uomo e una donna, la responsabilità umana, il collettivismo, la morte, il sesso, i dilemmi dell’esistenza. Non si è scordato nulla, il tuo amico Sandro. Nulla dei temi che ti erano cari che poi, a ben vedere, portavano tutti allo stesso punto di partenza: il senso dell’essere qui, in questo tempo e in questo luogo. Sandro dice che «a 88 anni sarebbe anche ora che io smettessi di scrivere». Per fortuna lo dice senza convinzione e racconta che ha intitolato questo spettacolo Lo stallo perché è come se tutti i personaggi che ci vivono dentro fossero lì bloccati, timorosi di fare il prossimo passo, come se camminassero in un campo minato. Non a caso nell’ultimo dei monologhi compare il re sotto stallo negli scacchi, un re «pavido, sempre nascosto, arroccato, manda a morire i suoi cavalli, la sua regina, piuttosto che morire lui. E allora quando è in stallo e ogni mossa significa la morte, semplicemente resta fermo, per sempre. La partita non ha vincitori né vinti. È immobile, eternamente sospesa».

QUESTO RACCONTA lo spettacolo che il tuo amico Sandro ha scritto per ridarti voce. Dice di avere, come il re, «la sensazione di sbagliare qualsiasi cosa faccio» e giura di coltivare come un fiore raro «il senso del dubbio», perché così ha imparato a fare dalla vita e dalla tua amicizia. Gli ho chiesto quando fu la prima volta che vi incontraste. Si ricorda un bar che ora non c’è più nel quartiere dove abitavate tutti e due, a Milano. «Andavo a far colazione lì e un amico comune ci presentò. A me disse “lui è Giorgio, fa il cantante”, a lui disse “lui si chiama Sandro, fa il pittore”. Giorgio aveva 19 anni, io 9 di più». Sappi, caro Signor G, che da quel giorno a oggi il tuo amico pittore non ti ha mai abbandonato.

4 luglio 2018

https://www.corriere.it/sette/black-rock/18_luglio_05/lettera-aperta-signor-g-scritta-vecchio-amico-pittore-99677808-7df3-11e8-98cc-f2df688ea5aa.shtml

Debutta il nuovo spettacolo di Sandro Luporini: in platea anche Dario Vergassola
(A Torre del Lago successo per la prima di “Lo stallo”  che segna il ritorno a teatro dell’altra metà del signor G.  di Claudio Vecoli)
(da http://iltirreno.gelocal.it/versilia)

VIAREGGIO. C’era anche Dario Vergassola - comico e noto volto televisivo legato al Teatro canzone di Giorgio Gaber - alla prima assoluta de Lo stallo, il nuovo spettacolo scritto da Sandro Luporini e diretto (e interpretato) da David Riondino andato in scena mercoledì sera all’auditorium del teatro Puccini di Torre del Lago. Ma al di là dei volti più o meno noti seduti in platea, ad assistere al ritorno a teatro dell’altra metà del signor G. c’erano soprattutto gli amici veri, quelli che Luporini - viareggino schivo a riflettori e telecamere - ha sempre frequentato. E che - dopo quindici anni di silenzio artistico - non sono voluti mancare all’evento.

Già, perché in riva al lago caro a Giacomo Puccini è andato davvero in scena un evento. Perché la rentrée di un grande del teatro e della canzone italiana come Sandro Luporini (che per sua stessa volontà è sempre voluto vivere all’ombra di Gaber, ma non per questo vede ridimensionato il suo valore) non è un appuntamento qualsiasi. Anche se - a giudicare dalle ultime file del teatro rimaste vuote - forse a Viareggio solo in pochi se ne sono resi conto. E questo è l’unico rammarico di una serata per il resto straordinaria.

E anche lo spettacolo non ha tradito le attese. Quasi che i quindici anni di silenzio non abbiano lasciato traccia, Luporini ha regalato al pubblico due ore di monologhi e canzoni che non hanno nulla da invidiare a certi geniali testi di quando scriveva in coppia con Giorgio Gaber.
Di diverso ci sono forse le tematiche trattate: meno politica (giusto qualche spruzzata qua e là) e più introspezione (l’amore, la malinconia, la paura della morte), Lo stallo ci regala uno spaccato sulla società moderna con l’occhio disincantato di chi - con l’età e i capelli bianchi - ha raggiunto la saggezza senza mai piegarsi al conformismo e al tempo stesso senza rinunciare all’ironia e al sarcasmo.

E se la prima del nuovo spettacolo di Sandro Luporini ha riscosso il successo del pubblico presente, parte importante del merito va anche a chi lo ha portato sul palco. In primis ad un eccezionale David Riondino, che nonostante qualche problema di voce che si trascina da qualche giorno ha saputo interpretare il testo con l’anima. Ma anche a chi - sia con le voci che con gli strumenti - ha regalato delle grandi interpretazioni musicali. Alla fine applausi (meritati) per tutti.

“Lo stallo”, il nuovo spettacolo firmato da Sandro Luporini
(di Fabio Fantini)
(da http://iltirreno.gelocal.it/versilia)

Giorgio Gaber, inutile negarlo, ci manca tantissimo. È una banalità, ma non saprei iniziare in altra maniera.

Ci manca la figura unica e granitica del Gaber teatrale, quel macigno che ci ha fatto ridere piangere e pensare per tutti gli anni settanta, ottanta e novanta. Ci manca quello che a teatro ci sbatteva in faccia il politico e il privato come nessun altro, che ci faceva riflettere sulle piccole miserie personali come sui grandi temi. Quello che insieme a Sandro Luporini ha dato un corpo al pensiero, ha reso una certa disquisizione filosofica alta accessibile a tutti.

Ci mancano quei temi lì, quelli degli spettacoli fino al 1999, più che il Gaber leggero delle canzonette, fin troppe volte ricordato e celebrato dopo la sua morte. Forse perché, quel Gaber lì, quello del teatro canzone, è più difficile da rendere se non si è, appunto, Giorgio Gaber. Anche Luporini, dopo la dipartita di Gaber, forse proprio per la mancanza dell’interlocutore diretto, ha smesso di interrogarsi su quei temi, almeno in pubblico. L’ultimo spettacolo a firma Sandro Luporini è “Un’idiozia conquistata a fatica”, del 1999. Poi più niente, fino a ieri.

Ieri, 18 aprile 2018, all’Auditorium del Pucciniano di Torre del Lago, è andata in scena l’anteprima dello “Stallo”. Un nuovo spettacolo di teatro canzone interamente scritto da Sandro Luporini, dopo quasi vent’anni di silenzio. Ad interpretarlo è David Riondino nei monologhi e in qualche frammento cantato, ed è affidato alla voce di Chiara Riondino e al gruppo dei Khorakhané per la parte musicale.

La curiosità e la fame di ripercorrere ancora quel mondo era tanta ed è stata ampiamente soddisfatta dalle due ore e passa di canzoni e monologhi interamente inediti.  Più che nel teatro canzone, lo spettacolo del 2018 si colloca dalle parti del cosiddetto Teatro d’evocazione, quello di “Parlami d’amore Mariù” o del “Grigio”: il dialogo con una formica, ultima specie comunista ancora presente sulla terra, ci riporta a quel mondo Gaberiano del dialogo tra un impegnato e un non so, o ancora di quello col Grigio, quel topo che smascherava furbamente la nostra inettitudine.

Tutto lo spettacolo gira intorno ai rapporti umani, alle paure, agli interrogativi che una persona nella sua terza età (Sandro Luporini ha più di 80 anni) può avere nei confronti di una società in stallo, appunto. Siamo in stallo, non solo nella sfera sociale quanto, e soprattutto, nella propria sfera individuale.

David Riondino è impeccabile, ironico e sottile, sarcasticamente intellettuale quanto Il testo lo richiede. In tutto lo spettacolo sceglie un tono medio, di puro racconto, proprio per fare proprie quelle parole e, forse, per evitare paragoni improponibili.

Personalmente mi ero dimenticato della voce meravigliosa di Chiara Riondino, popolare e colta allo stesso tempo (non la sentivo cantare dai tempi del Collettivo Victor Jara) e i Khorakhané sono stati una bellissima scoperta, dando intensità e spessore musicale a quei testi che si posano come macigni ogni due o tre versi.

Complimenti anche a Fabrizio Federighi, produttore musicale e coordinatore dell’intero spettacolo, che ha fatto un lavoro di arrangiamento impeccabile e non derivativo. Rimangono nella memoria “La paura del mondo”, o “L’importanza delle acciaierie” sul poco interesse che, ad un certo punto della propria vita, si ha nel viaggiare e nello scoprire cose nuove.

In fondo sono solo timide e modeste variazioni, scrivevano i due in Polli d’Allevamento nel 1978. I Polli d’Allevamento ci sono anche nel 2018, ma sono invecchiati, hanno poca voglia di reagire, e aspettano la propria morte mentre sghignazzano su quella degli altri. La poesia e il cinismo del teatro gaberiano ci sono ancora tutte.

Unico neo, forse, lo scherzo di “Porno”, una canzoncina che sta musicalmente dalle parti della “Strana Famiglia” e che parla del rapporto fisico e solo fisico con una donna, la cui resa forse poteva essere migliore: il turpiloquio, quando sta dalle parti della poesia (il Cioni Mario insegna) è meno volgare se viene affrontato piuttosto che quando viene sottaciuto dando di gomito. Ma in più di due ore di temi così importanti e profondi è un peccato veniale.  Resta la curiosità, impossibile, di sapere come certe cose le avrebbe fatte Gaber. Forse più istrioniche, forse più sofferte. Forse avrebbe dato più corpo alle parole, una cosa che sapeva e poteva fare solo lui.

Comunque Gaber, il suo spirito, seppure mai evocato nei testi, aleggiava in teatro ieri sera. E secondo me se la rideva, contento, anche lui.